MALA ARIA
Ispirato al romanzo omonimo Mala Aria - il Veneto della carestia e della valigia
di Antonella Benvenuti

Interpreti
Luigi Ballarin Mario, Don Piero, Cesare
Guido Feruglio Catterino
Sandra Mangini Giovanna
Silvia Piovan Agata, Elisa
Chiara Stella Seravalle Tosca, Amalia

Scene e costumi Leda Vizzini
Light designer Luca Diodato
Foto di scena di Angelo Tassitano
Musiche originali di Denis Biason eseguite dal vivo da Denis Biason con la collaborazione di Sandra Mangini
Adattamento e regia Valentina Fornetti

Produzione Teatro Fondamenta Nuove
In collaborazione con Comune di Venezia, Comune di Portogruaro, Comune di Quarto d'Altino.


Mala Aria, adattamento e messa in scena del romanzo Mala Aria - il Veneto della carestia e della valigia, dell'autrice veneziana Antonella Benvenuti (Edizioni Helvetia, marzo 2005), racconta la storia di una famiglia di San Michele al Quarto, in provincia di Venezia, tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento. Sono tracciate le vicende di tre generazioni di donne, Agata, Giovanna, Tosca, impegnate a sopravvivere in un ambiente insalubre, la palude veneta, dominato dalla malaria e dalla pellagra. I lavori di bonifica degli anni ottanta offrono agli abitanti della zona soprattutto la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita, ma non risolvono i problemi e molti contadini emigrano ancora nelle Americhe o in Europa, poiché "l'unica industria che tira rimane quella della valigia". Nel 1909 anche Giovanna e Catterino partono per Schaffhausen nella Svizzera tedesca con il desiderio di trovare del "pane per tutti" e con la speranza di ritornare in Italia "appena fatta un po' di fortuna". Ritornano, infatti, con l'avvento della Prima Guerra Mondiale, rimpatriati e nullatenenti, a parte due figli e una terza in arrivo. La situazione in Veneto non è cambiata e non migliora nemmeno con il Duce. Catterino, infatti, si trova costretto ad iscriversi alle liste di sussidio e ad affidare la sua ultima figlia, Tosca, alle cure della zia materna. Per Giovanna il ritorno in Veneto, significa la ricomparsa delle febbri di origine terzana, contratte da bambina, che la portano alla morte nell'Agosto del trentadue.

Mala Aria è un romanzo-dossier nato da un'accurata ricerca storiografica sulle condizioni della popolazione contadina delle zone paludose del litorale di Venezia e dell'entroterra di Padova e Treviso, in particolare dove sorgono gli attuali comuni di Quarto d'Altino con le sue frazioni di Portegrandi e Trepalade, Roncade, San Donà di Piave, Marcon, Musile di Piave, Casale sul Sile, Mogliano, Meolo. La vicenda narrata permette di far conoscere al pubblico contemporaneo il contesto sociale, politico, economico nel quale vivevano i contadini, non solo delle zone citate in cui è ambientato il romanzo, bensì di tutte quelle paludose del Veneto orientale, dal Tagliamento al Po, dominate dalla malaria, dal colera e dalla pellagra, riportando a galla la memoria di un territorio, e del lavoro ad esso correlato, modificatosi radicalmente solo negli ultimi cinquant'anni.

Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la maggior parte della popolazione della palude era decimata dalla malaria e talmente povera da non potere comprare i farmaci necessari alle cure. Come si narra in Mala Aria, per combattere le febbri terzane, non si ricorreva al chinino, bensì al ramarro appeso al collo dei bambini, alla collana d'aglio per combattere la tenia e, soprattutto, ai voti alla Madonna. Una terra odiata e amata allo stesso tempo dai suoi abitanti: "aspra d'inverno, quando ghiacciava e i resti putrefatti degli uccelli di palude marcivano sulle barene, rigogliosa d'estate, quando si pescava ogni ben di Dio - seppie, cefali, anguille, cappe, capparossoli - e si raccoglievano erbe di tutte le sorti - bruscandoli, sparasine, tarassaco, luppolo". I lavori di bonifica degli anni ottanta dell'Ottocento non vennero accolti da tutti con entusiasmo poiché, se da un lato significavano del lavoro retribuito e la prospettiva di debellare la malaria, dall'altro minacciavano la distruzione di ciò che la palude offriva: "lo strame, la stiancia, la caresina, il corato e tutte le erbe usate per impagliare i fiaschi, per fabbricare le sporte, le stuoie, le sedie; le canne per le bigattiere e per riparare il tetto". L'opinione comune era che le bonifiche avrebbero seppellito la palude e "se muore la palude, moriamo anche noi": un timore legittimo per la gente che come Giovanna, definita vaga sull'atto di matrimonio del 1909, viveva ancora del vagantino, l'antico diritto alla raccolta dei prodotti spontanei della terra.

Come si è detto, la vicenda narrata mette in luce sia la struttura socio-economica, caratterizzata dalla suddivisione tra proprietari terrieri e mezzadri, "sfruttati da padroni, agenti, fattori ai quali dovevano pagare la parte stabilita anche se il raccolto era andato perduto", sia le attività peculiari della zona di cui oggi non si ha memoria. L'allevamento dei bachi da seta, denominati cavalieri, e il lavoro nelle risaie, svolto principalmente dalle donne e dai bambini impiegati dodici - tredici ore al giorno per una paga di sette lire al mese, erano per molte famiglie le uniche occupazioni che permettevano l' entrata di denaro contante. Accanto alle condizioni dei lavoratori dell'epoca, caratterizzate dallo sfruttamento della manodopera e dalla generale mancanza di diritti, emerge il problema degli stranieri nella zona del Sile: i foresti, sia quelli del "Polesine che venivano per metà paga, con l'obbligo del cottimo e con il mangiare dietro", sia "le montanare schifose e senza timore di Dio, che ti rubavano il pane di bocca. Capaci di venire a lavorare solo per trenta, quaranta chili di risone, grezzo e nero come il letame". In tali condizioni, emigrare all'estero sembrava essere l'unica via di salvezza, il sogno coltivato da tutti. Ma come dimostra l'esperienza di Giovanna e Catterino in Svizzera e come testimoniano le lettere dagli Stati Uniti, dal Brasile, dall'Australia, dal Canada, la realtà che molti emigrati veneti dovevano affrontare era ben diversa da quella auspicata.

Mala Aria fa riflettere, dunque, sia su un problema legato ad un passato recente, quello dell'emigrazione veneta avvenuta fino agli anni cinquanta del novecento, sia su una questione molto attuale: quella degli immigrati, i foresti, che oggi arrivano invece nel nostro paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose.

Il crudo realismo della vicenda convive con una dimensione arcana, magica, peculiare alla civiltà contadina, riportandone alla luce tradizioni e riti. Credenze pagane si mescolano a quelle di matrice cristiana come, ad esempio, la necessità di Agata, madre di Giovanna, di far battezzare la figlia senza nemmeno aspettare la quarantena, poiché "la bambina era nata con la camiciola. E quelli nati con la camiciola erano segnati e dovevano unirsi alla processione dei morti i giovedì delle quattro tempora". Accanto ai protagonisti si muovono delle figure peculiari alla società contadina: le "strighe", donne detentrici di una sapienza medico - botanica, levatrici e, a volte, veggenti. A loro, guardate con sospetto e reverenza, tenute ai margini della legalità si rivolgevano in molti: le donne gravide per partorire o per abortire tramite l'infuso di segale cornuta, le puerpere per avere i semi neri del giusquiamo con cui far defluire il latte dalla mammella indurita, le vecchie con la tenia per avere la radice di felce maschio bollita.
Dal punto di vista linguistico, vi è il recupero di espressioni, modi di dire, proverbi del dialetto veneto dell'epoca, derivanti da un'accurata ricerca filologica. L'italiano della narrazione si mescola alle battute in dialetto che, oltre a dare maggiore spessore e vivacità ai personaggi, li inserisce in un contesto socio-ambientale di immediato riconoscimento.


Note di regia

Mala Aria si ispira al romanzo omonimo di Antonella Benvenuti. Come l'opera letteraria, la messa in scena offre uno spaccato di storia del Veneto Orientale tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, rievocando un territorio, dei modi di vita e delle tradizioni oggi perduti.
Si tratta di un ambiente insalubre, dominato dalla malaria e dalla pellagra: "aspro d'inverno, quando ghiacciava e i resti putrefatti degli uccelli marcivano sulle barene, rigoglioso d'estate quando in laguna si pescava ogni ben di Dio" e la terra offriva "erbe di tutte le sorti, bruscandoli, sparasine, strame, stiancia…".
Cinque attori in scena danno voce a vari personaggi che sembrano prendere forma dal fango del "palù", dall'acqua e dalla terra a cui ogni esistenza ritorna. Protagoniste tre donne, Agata, Giovanna e Tosca, rispettivamente nonna, figlia e nipote ritratte in un momento emblematico della loro vita. Nella messa in scena, il realismo delle vicende che le vede coinvolte, narrate in un dialetto crudo e poetico allo stesso tempo, convive con una dimensione simbolica ed evocativa dell'anima, attraverso la quale fatti ordinari di vita quotidiana divengono "extraordinari". Dignità, coraggio, forza spirituale, desolazione, dolore, amore si materializzano come l'acqua nella quale Agata, Giovanna e Tosca hanno vissuto. L'acqua del palù diviene metaforicamente l'acqua della "memoria" che nel suo continuo fluire corrode il muro del tempo e dello spazio, attraversando senza distinzione il mondo dei vivi e quello dei morti.
Valentina Fornetti


La messa in scena

La messa in scena prende le mosse dal lavoro di adattamento del romanzo, seguendo le linee principali della vicenda narrata. Come l'opera letteraria, il copione teatrale offre uno spaccato di storia veneta tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, recuperando l'identità di un territorio da un punto di vista storico e culturale. Sulla scena, le atmosfere e gli umori di quell'ambiente e delle persone che l'hanno abitato rivivono con la forza dell'emozione, data dalle voci, dai corpi, dai gesti degli attori.
Nell'uso del linguaggio è mantenuta l'alternanza dell'italiano e del dialetto conservando i proverbi e i modi di dire dell'epoca.
L'adattamento focalizza l'attenzione in modo particolare sulle tre donne, Agata, Giovanna e Tosca, rispettivamente nonna, figlia e nipote, divenendo ognuna protagonista di una delle parti in cui idealmente si suddivide lo spettacolo. Una quarta voce s'inserisce, quella di oggi, che tesse i fili dei rapporti intercorsi cercando di scoprire e sondare, oltre i fatti, i pensieri, i sentimenti, i gesti compiuti e, soprattutto, quelli mancati e mancanti, quelli che hanno creato le lacerazioni che devono essere colmate. Legami tra madri e figlie che esisteranno sulla scena col realismo del tempo in cui sono vissute e l'impalpabilità di ciò che oltre il tempo le lega. Donne "costrette" a fare molti figli e a vederli da lì a poco morire, oppure costrette a separarsene per garantirgli la sussistenza. Donne che cercano di stabilire tra loro un legame nel tentativo di sanare il vuoto di dolore che le separa: la "mala aria" che permea la loro esistenza.


Foto di scena (Angelo Tassitano)

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Il gruppo di lavoro

Il gruppo è composto da otto professionisti veneziani e veneti di provata esperienza: Valentina Fornetti, regista, Leda Vizzini, scenografa e costumista, Denis Biason, musicista, Luigi Ballarin, Guido Feruglio, Sandra Mangini, Silvia Piovan, Chiara Stella Serravalle, attori.

Valentina Fornetti lavora come regista e aiuto regista dal 1994. Tra le ultime collaborazioni come aiuto regista Il Campiello di C. Goldoni, diretto da G. Emiliani, produzione Teatro Fondamenta Nuove (2005).
In qualità di regista ha diretto: Un poeta a New York (1998), spettacolo basato sulle poesie del 1929 di Federico Garcia Lorca, Benji (2002) dell'autrice britannica Clare Dowie, Il villaggio degli idioti (2003) ed Una linea nella sabbia (2004) dei drammaturghi canadesi John Lazarus e Guglielmo Verdecchia. La sua regia di Hotel (2005), dialogo dell'autore australiano Raimondo Cortese, ha debuttato alla Triennale di Milano nell'ambito del festival La Fabbrica dell'Uomo promosso da Outis - Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea. Ha curato la drammaturgia e la regia dello spettacolo Rotazioni acquatiche di corpi terrestri, liberamente ispirato a due opere della scrittrice Lucia Etxebarria; produzione Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, maggio 2006

Leda Vizzini si è diplomata all'Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2002. Ha lavorato qualche anno per il laboratorio di scenografia "La Bottega veneziana" . Durante l'Accademia fonda, insieme ad altri studenti e al noto scenografo e Prof. Poppi Ranchetti, l'Ass. culturale "A ruota libera" con cui ha progettato e realizzato varie scenografie per il Teatro G. Donizzetti di Rovigo, il Teatro Coccia di Novara, il Teatro Goldoni di Venezia.
Per il teatro dell'Opera di Dusseldorf, in qualità di staggista, partecipa a vari allestimenti diretti da T. Richter e B. Besson. Come assistente scenografa di Santi Centineo collabora con la Fond. La Fenice di Venezia. In qualità di scenografa e costumista collabora da alcuni anni con Matilde Tudori, direttice artistica e regista - coreografa stabile del Teatro della Murata di Mestre, realizzando produzioni di Teatro danza , di prosa contemporanea e di Teatro Ragazzi. Scenografa e costumista dello spettacolo Rotazioni acquatiche di corpi terrestri , produzione Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, maggio 2006.

Luigi Ballarin inizia la sua formazione teatrale nel 1988 partecipando al laboratorio tenuto da Shelley Mitchell a Venezia. Nel 1992 è tra i fondatori dell'Associazione culturale "Gli Erranti" con cui realizza, nello stesso anno, l'allestimento de La cantatrice calva di Eugene Ionesco e, nel 1994, scrive, dirige e interpreta la tragicommedia "Lo stuzzicadenti".
Nel 1992, inoltre, in collaborazione con artisti italiani, inglesi e tedeschi partecipa all'European Theater Production sotto la guida di Hans Dieter Ilgner del Theater "Die Raben" di Bonn, e di Valerie Lucas del Theatre "Valise" di Cardiff e mette in scena a Bonn lo spettacolo Replica Babylonica, regia di Leszek Madzik.
Nel '95 per il Centro Universitario Teatrale di Venezia recita in La famiglia Mastinu di Alberto Savinio, regia di Luca Valentino. Con La Bauta di Venezia è Argante ne Il malato immaginario di Molière. Nel '98 collabora con RAI e MEDIASET. Seguono le interpretazioni nel Il villaggio degli sciocchi di John Lazarus, regia di G. Emiliani e Valentina Fornetti, nel 2003; in Una linea nella sabbia di G. Verdecchia, regia di G. Emiliani e V. Fornetti, nel 2004. Nel 2005 è tra gli interpreti de Il Campiello di Carlo Goldoni, regia di G. Emiliani, produzione del Teatro Fondamenta Nuove.

Guido Feruglio inizia il suo percorso nel teatro nel 1993; la sua formazione comprende il lavoro con attori, registi e pedagoghi come J. Alshitz, G. Bevilacqua, M. Dioume, T. Sudana, G. Rossi, D. Manfredini, P. Byland, M. Lucenti, A. Berti, e A. Celestini. Ha lavorato come aiuto regista di Andrea Collavino negli spettacoli "Strumirs e Zambarlans" di Alviero Negro e "Le nozze" da G. Lorca, Cechov e Majakovskij. E' attore co-protagonista del cortometraggio "A doppio filo", regia di M. Oleotto, produzione CSC di Roma. Ha ricoperto il ruolo di Emanuele Piro nella fiction televisiva per RAI UNO "Un caso di coscienza 2", per la regia di L. Perelli. Per la RAI FVG interpreta lo sceneggiato radiofonico "Abitualmente non vestivamo Marzotto" tratto dal romanzo "Volevamo essere i Tupamaros" di P. Patui, regia di M. Calacione. Nel 2006 cura la regia dello spettacolo "Il Gigante - Vita, morte e miracoli di un Carnera qualunque", di cui scrive anche la sceneggiatura originale, produzione TeatroSpesso. Nel 2007 per RAI Radio 3 interpreta il ruolo di Juan Tre-Dita nel radiodramma "Splendore e morte di Joaquin Murieta" di P. Neruda, regia di R. Latini. E' attore per "Nnord" con la regia di R. Latini, produzione Fortebraccio Teatro e per "Mala Aria" con la regia di V. Fornetti, produzione Teatro Fondamenta Nuove.

Sandra Mangini, veneziana, è attrice e cantante, regista e autrice. Lavora con Teatro dell'Elfo di Milano in Coefore e Eumenidi, appunti per un'orestiade italiana di Eschilo - Pasolini, regia di Elio De Capitani, musiche di Giovanna Marini - un incontro importante; con Pantakin da Venezia in Anfitrione, regia di Eugenio Allegri; La Moglie Muta, regia di Luca Franceschi; La Moscheta di Ruzante, regia di Virgilio Zernitz - con cui collabora in diversi allestimenti. Svolge attività concertistica in Italia e all'estero intorno al canto tradizionale e d'autore; collabora con Henriette Cejpek del Bremer Theater (Maria e le altre); Gualtiero Bertelli e Compagnia delle Acque (Il Maestro Magro, dal romanzo di Gian Antonio Stella), Rachele Colombo (Acqua Granda, di K. Grunchi dal romanzo di R. Bianchin), Anna Maria Civico (E t'amure t'arricuordi), Michele Troncon e Giuseppina Casarin (Voce di donna ha l'Anarchia). Comincia a sperimentare un proprio linguaggio scenico che contamina i generi dirigendo, tra gli altri, Terra di desideri e Il grande circo della Quintessenza, ispirati a testi classici (Ariosto e Rabelais).
Si dedica alla valorizzazione della memoria storica e della cultura popolare: per Bassano Opera Estate scrive e dirige Chiacchiere di Contrabbando, storie di tabacco in Val Brenta e Voci dalla Brenta, il racconto dell'alluvione del '66; per Comitato Forte Sirtori Graspo d'Uva, il pensiero de poder fare una società giusta, un'esperienza di partecipazione civile alle porte di Mestre; per il Comune di Mirano dirige il progetto triennale Città R-esistente; per l'IVESER scrive e interpreta il monologo Avevamo vent'anni... donne nella Resistenza; per il Centenario CGIL e la neonata Associazione per la storia e la memoria delle donne in Veneto, scrive E noi siam lavoratore, interpretato con Giuseppina Casarin.
Dal lungo sodalizio con l'attore Stefano Rota nascono gli spettacoli Patanostrada, Strade, politica in maschera e Patanostrada, la Terra, dalla parte degli scariolanti del Veneto Orientale.
Innumerevoli le creazioni nate dall'importante incontro con l'attrice Eleonora Fuser.

Silvia Piovan si diploma presso la Civica Accademia d'Arte Drammatica "Nico Pepe" di Udine diretta da Claudio de Maglio dove studia tecniche di recitazione con Carlo Cecchi, François Kahn, Juri Alschitz, Kuniaki Ida, Maril Van den Broek, Massimo Navone, Simon Bolazs, Pierre Byland, Giuseppe Battiston, Gian Battista Storti, Andrea Collarino, Riccardo Maranzana e Giuliano Bonanni; e tecniche del movimento e Danza Contemporanea con Scheela Raj e Friedrich Glorian, Michele Abbondanza, Giorgio Rossi, Athina Vahla, Roberto Cocconi, Luca Zampar, Fabrizio Zamero, e Cecilia Cerantonio. Si trasferisce a Nicosia (Cipro) e lavora presso il Teatro Stabile "Lefkosa Belediye Tiyatrosu" in collaborazione con il Teatro Satirico Greco-Cipriota per la messa in scena della commedia Lisistrata di Aristofane, regia di Hristos Zanos. Nel 2005 rientra in Italia e nell'ambito teatrale veneziano interpreta Lize nello spettacolo La distruzione di Kreshev, libero adattamento dell'omonimo racconto di Isaac Singer diretto da Stefano Pagin. Nel 2007 è Bradamante nello spettacolo Orlando Furioso ovvero la fine del mondo diretto da Antonino Varvarà in occasione del Carnevale di Venezia 2006. Partecipa al Mittelfest di Cividale (UD) 2005/06 lavorando ne Il sogno di una cosa, tratto dall'omonimo romanzo di Pier P. Pasolini diretto da Andrea Collavino e prodotto dal Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia.In occasione del Festival di Bolzano "Intermezzo" interpreta il ruolo della protagonista nell'opera musicale Il filo di Arianna per la regia di Cristina Alaimo, prodotta e messa in scena dal Teatro Comunale di Bolzano nell'anno 2006/07.

 


Informazioni:
041 5224498, produzioni@teatrofondamentanuove.it

Vortice - Associazione Culturale
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