BIENNALE MUSICA 2009
VORTICE - TEATRO FONDAMENTA NUOVE
TEATRO STABILE DEL VENETO
Teatro Olimpico di Vicenza
Dal 14 al 17 ottobre 2009, ore 21LE BACCANTI
di EuripideTraduzione di Caterina Barone
Regia di Giuseppe EmilianiPersonaggi e interpreti:
Dioniso | Laura Marinoni
Cadmo e Primo Messaggero | Virgilio Zernitz
Tiresia e Secondo Messaggero | Marcello Bartoli
Penteo | Francesco Migliaccio
Prima Baccante | Dely de Majo
Seconda Baccante e Agave | Susanna CostaglioneMusiche originali | Christian Cassinelli
Scene | Matteo Torcinovich
Sculture | Lucio Serpani
Costumi | Stefano Nicolao
Luci | Pieter JurriaanseAiuto regia | Sabina Tutone
Fonico | Alberto Spezzamonte
Operatore | Paolo Zanin
Macchinista | Lucio Serpani
Direttore di scena | Matteo Torcinovich
Sarta | Caterina LucchiariProduzione | Vortice - Teatro Fondamenta Nuove, Teatro Stabile del Veneto
In collaborazione con | Biennale Musica 2009Responsabile di produzione | Silvia Rigato
Organizzazione e Ufficio stampa | Vortice - Teatro Fondamenta Nuovesi ringrazia per la collaborazione La Corale, il Coro del Sacro Rosario e il Coro Arcei di Siurgus Donigala; Roberta Cassinelli al clarinetto
La tramaDioniso, figlio di Zeus e di Semele e nipote di Cadmo, dalla Lidia arriva a Tebe, assumendo sembianze d'uomo, con una schiera di baccanti.
Vuole affermare la propria origine divina, imporsi come dio nella città dove un fulmine ha incenerito sua madre. E comincia forzando tutte le donne di Tebe a trasferirsi sul monte Citerone, per celebrare i suoi riti.
Al nuovo culto si adeguano il profeta Tiresia e il vecchio re Cadmo: vi si oppone, invece, con feroce caparbietà Penteo, il giovane sovrano.
Egli ordina l'arresto di Dioniso: e quando i soldati lo portano davanti a lui in catene lo interroga per capire chi sia. Poi, lo fa rinchiudere, legato, in una stalla.
Una serie di fenomeni sconvolge la mente del re: la terra trema, il palazzo sembra bruciare, Dioniso si figura come un toro, un fantasma. Infine il persecutore e il perseguitato liberatosi da ogni laccio si trovano davvero di fronte. Intanto un servo giunge dal Citerone e racconta a Penteo come le Menadi, che se ne stavano lassù quiete e serene, sentendosi braccate si siano trasformate in furie, assalendo i mandriani che davano loro la caccia, compiendo strage di armenti, devastando villaggi.
Penteo decide di mandare truppe contro le donne invasate. Dioniso lo distoglie dal proposito e gli suggerisce di andare a spiare tra i boschi le Menadi, ma travestito per prudenza da donna: lo guiderà lui stesso.
Sul Citerone - come riferirà un messo - Penteo viene fatto a pezzi da sua madre Agave (convinta di uccidere una fiera, e sorda alle suppliche del figlio) e dalle altre Baccanti.
Ostentando la testa di Penteo su una picca, Agave rientra a Tebe vuole che tutti accorrano a vedere la sua splendida preda. E' ricondotta alla ragione da Cadmo: padre e figlia piangono il loro atroce destino e tentano di ricomporre il corpo smembrato di Penteo, raccolto dai servi e da Cadmo stesso sul Citerone.
A quel punto riappare Dioniso che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Cadmo e Agave ad essere esiliati in terre lontane. Sull'immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda.Note di regia
Per Hölderlin ciò che deve ancora venire, "il dio venturo", viene da Tebe, dal Citerone, dal paese di Cadmo, dalla terra della tragedia.
E' vero. Per comprendere il presente bisogna guardare indietro. Guardare verso la tragedia. Guardare verso Eraclito, il filosofo della tragedia, il filosofo che per primo si era posto il problema dei confini dell'anima.
"Per quanto lontano tu vada, i confini dell'anima non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così abissalmente si dispiega".
L'anima è il luogo in cui si concatenano tutte le cose: è quell'Uno in cui abita il Diverso
Euripide ereditò e fece propria questa grande intuizione di Eraclito e alla domanda "Cos'è la sapienza", risponde: "Non è saggezza il sapere, né pensare pensieri oltre l'umano".
Non c'è sapere che possa penetrare nel mistero della vita e, nelle vicende umane, è impossibile scorgere un qualsiasi criterio ordinatore.
La domanda di Euripide e la sua terribile risposta sta nella sua consapevolezza che compito del teatro è quello di porci di faccia al mistero, all'incompletezza di ogni sapere. Da questo punto di vista non c'è forse opera più grande e inquietante delle Baccanti e autore più enigmatico di Euripide. Lo si è definito un illuminista e un irrazionalista, un ateo e un credente della provvidenza divina; uno scandagliatore di anime e un retore; un denigratore delle donne e un poeta femminista; un realista e un poeta magico, un sofista e un antagonista dei sofisti
Forse Euripide è il più tragico dei tragici perché è contemporaneamente tutto questo: il poeta che esprime più a fondo le contraddizioni dell'uomo e della sua epoca in crisi. Le Baccanti, l'ultima grande tragedia greca, continueranno, per sempre, ad essere un enigma
Da secoli si discute del "significato" di quest'opera. Spesso ci si dimentica che il problema si pone soltanto perché siamo dinanzi a un'opera di assoluta poesia e che "l'enigma è lo statuto formale della tragedia" (Del Corno), come il mistero è il compito di ogni grande opera d'arteLe Baccanti sono l'ultima grande tragedia prodotta dal teatro greco, nel momento del tramonto politico di Atene.
Euripide, definito da Aristotele, "il più tragico dei tragici", scrisse il suo superbo canto del cigno, quando ormai era prossimo alla morte.
Al centro del dramma, giustamente considerato uno dei capolavori del teatro di ogni tempo, sta il creatore stesso della tragedia, Dioniso, "il più terribile e il più dolce tra gli dei", personificazione di tragiche contraddizioni: gioia e terrore, discernimento e follia, estasi e spasimo, gaiezza innocente e tenebrosa crudeltà, esaltazione della vita e annientamento.
Dioniso è lo slancio insondabile: l'ebbrezza del volo e lo strazio della caduta
Tragedia enigmatica e disorientante Le Baccanti sono una crudele rappresentazione della fragilità dell'uomo. Nessuna opera è andata così lontana nel mettere in questione leggi, rapporti, istituzioni, credenze, saperi, fino a presentarci il destino umano nella sua tremenda e assoluta nudità.Con l'arrivo di Dioniso, tutta la città di Tebe è invasa da un travolgente stato di "furore estatico", di "perdita della presenza" (Ernesto De Martino), di "follia iniziatica".
Le donne di Tebe sono possedute dal dio e questo crea disordine, smarrimento dell'identità personale: nessun corpo resta simile a se sotto l'effetto dell'estasi dionisiaca (ekstasis = uscire fuori di se").
Il tiranno tragico, il capro espiatorio, Penteo, finirà addirittura per perdere l'unità del suo corpo fatto a pezzi dalle baccanti. La perdita della rassomiglianza con se stesso è la punizione più oltraggiosa che Dioniso infligge al suo nemico
Dioniso, il dio del teatro, dell'ambiguità e della parvenza, mette in scena il suo spettacolo. Governa i personaggi e gli avvenimenti. Ama i travestimenti e le metamorfosi. E' un abile illusionista, prestigiatore, autore e corego di una rappresentazione in cui niente e nessuno rimane simile a sé.
Continui sono gli scambi di ruoli: chi conduce sarà condotto, chi spia sarà visto, chi era vittima diventerà carnefice
Sulla scena del mondo il dio instaura, là dove appare, al posto dello scenario quotidiano, un teatro fantastico.
Come un grande regista-attore, Dioniso, disorienta, lacera, confonde, turba.Con le Baccanti Euripide mette in scena Dioniso, e Dioniso mette in scena se stesso: un dio travestito da uomo, uno straniero con l'andatura da donna.
Dioniso incarna la figura dell'Altro: un dio mascherato che si rivela nascondendosi.
Per vedere Dioniso, occorre penetrare in un universo diverso, dove regna l'Altro, non il Medesimo.
Dioniso è ineffabile, ubiquo, mai chiuso in una forma definitiva.
Dioniso è l'incarnazione dell'Alterità in tutte le sue forme dirompenti e perturbanti.
L'epifania di Dioniso determina l'incrinarsi di tutte le certezze.
Con l'arrivo del dio, Tebe non è più la stessa perché Dioniso è il dio che rompe i confini, dissolve i legami, confonde le separazioni e le divisioni su cui si costruisce la lettura razionale del mondo.
Una "epidemia divina", una "nuova malattia" ha invaso la città e la travolge.
Dioniso ha sconvolto l'ordine familiare: ha momentaneamente separato le mogli dagli uomini, le figlie dai padri. Tutte le donne tebane, giovani o vecchie, hanno abbandonato le proprie case per ritirarsi sul Citerone, lasciando la città in mano ai soli uomini e alle baccanti straniere, seguaci di Dioniso.
Con l'irruzione di questo nuovo dio, l'Alterità si installa al centro della polis.
Tebe è diventata improvvisamente una città-palcoscenico dove Dioniso, il dio del teatro, mette in scena una meta-tragedia per rivelare se stesso tanto ai protagonisti del dramma quanto agli spettatori-abitanti di una Tebe "divisa".E' mia intenzione separare il pubblico maschile da quello femminile quasi a voler sancire fisicamente questa momentanea sovversione dell'ordine sociale e familiare a Tebe.
I personaggi in scena si rivolgeranno, a seconda dei casi, direttamente al pubblico maschile o femminile.
Il coro delle baccanti si rivolgerà prevalentemente al pubblico femminile. Penteo a quello maschile. Dioniso, (che sarà rappresentato dall'attrice Laura Marinoni) giocherà tra i due poli.
Dioniso è un dio androgino, che possiede pienezza e perfezione proprio per la compresenza dell'elemento maschile e femminile, dell'elemento umano e divino.
Dioniso è un dio "nato due volte", un dio "ibrido", che annulla le differenze e rovescia le opposizioni.
E' un dio nomade, un dio barbaro pur essendo nato a Tebe. E' un nativo e nello stesso tempo uno straniero d'oriente.
E' uno "straniero interno": appartiene alla comunità e nello stesso tempo viene da lontano.
Dioniso è "lo straniero dentro di noi": è il nostro oriente e il nostro occidente, il nostro maschile e il nostro femminile. E quando combattiamo contro di lui, combattiamo contro il nostro inconscio.Non c'è catarsi finale in questa tragedia. Non c'è sguardo di comprensione o perdono da parte di Euripide.
Egli osserva con lucida spietatezza le pulsioni feroci e le debolezze dei suoi personaggi che non consentono riscatto o assoluzione.
Non è possibile sanare il conflitto tra il razionale e l' irrazionale, tra l'umano e il divino, tra l'universo maschile e l'universo femminile.
Alla fine della tragedia tutti i personaggi abbandonano Tebe. Sulla scena resta solo e insepolto il corpo smembrato di Penteo, misero capro espiatorio di un inutile sacrificio
Il pubblico, che ha assistito, "separato", alla rappresentazione, uscendo dal teatro tornerà a "ri-unirsi" per ricominciare a vivere, nella realtà, l'eterna dialettica tra diversi. Tra uomini e donne. Ognuno, forse, con la nostalgia di un altrove assoluto.Giuseppe Emiliani
Musiche di scena
Le musiche di scena per Le Baccanti di Euripide, messe in scena da Giuseppe Emiliani, sono state commissionate dal direttore della Biennale Musica, Luca Francesconi, per il 53. Festival Internazionale di Musica Contemporanea, a Christian Cassinelli, giovane compositore che ha lavorato con materiali musicali tratti da La Corale, dal Coro del Sacro Rosario e dal Coro Arcei di Siurgus Donigala (Cagliari), con la collaborazione di Roberta Cassinelli al clarinetto, rielaborati attraverso un vero e proprio laboratorio musicale di creazione svoltosi al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia tra il 18 e il 24 settembre 2009.
"Il lavoro parte da una riflessione sul tempo. Due diverse temporalità coesistono nelle Baccanti: un tempo direzionato, che è quello della divinità, e un tempo circolare, che è quello dell'uomo. Non c'è direzionalità nelle vicende umane, ma solo lettura e rilettura di eventi già determinati. Ne deriva il ricorso frequente alla ripetizione, sia di elementi singoli che di intere sequenze, attraverso la tecnica del loop. L'intera struttura musicale è quindi concepita come una cornice temporale, una sorta di timeline che mette anche in risalto la scelta registica di far cominciare la tragedia con la scena della catastrofe già avvenuta.
Le sezioni recitate e cantate dagli attori in scena, in particolare le parti in greco affidate a Dioniso e al Coro, servono da base per le parti di elaborazione elettronica, per la quale sono stati utilizzati anche altri materiali (voci maschili e femminili, suoni di natura e ambientali).
Sul piano formale il lavoro si articola attorno a tre nuclei fondamentali, culmini rappresentati dai tre urli di Pènteo, Dioniso e Agave. La struttura portante è rappresentata invece dagli stasimi, ciascuno dei quali riprende e sviluppa elementi presentati negli stasimi precedenti, secondo un meccanismo di segnali e di rimandi molto importante per la memoria percettiva. La stessa tecnica dei rimandi semantici a distanza viene utilizzata anche per le altre sezioni, come i dialoghi e gli interventi dei due messaggeri.
Si chiarisce così anche l'idea di scindere, di sdoppiare eventi clamorosi, come la distruzione della reggia, o l'urlo silenzioso di Agave. C'è una netta schizis temporale tra il frastuono della volta che si schianta (il sacro terremoto nel terzo episodio, reso come un grande attacco ma senza nessuna desinenza, come un ambiente sonoro "secco", che introduce l'elemento del fuoco) e il silenzio delle polveri e dei detriti che si depositano lentamente al suolo (che invece si trova nel prologo). L'allucinazione di Pènteo è poi resa attraverso la duplicazione e conseguente distorsione delle figure, mentre il dolore della madre è espresso in un lamento, quasi una litania funebre dai toni arcaici.
Come il testo, anche la musica predilige sonorità crude, mai levigate, e suoni di natura, che tuttavia, sradicati dal loro contesto, risultano irriconoscibili. Il percorso drammatico è caratterizzato da forti contrasti, tra i vari "ambienti". Nella parodo l'andamento discontinuo delle parti vocali, con una vocalità a tratti spasmodica, è modellato sulla base di flessi con arcate di valori sempre crescente ma con identico punto di origine. Al contrario, il primo stasimo è un momento quasi religioso, all'interno del quale una voce recita e canta il testo mentre un'altra ne fa una sintesi, sottolineando gli elementi di risonanza."
Christian Cassinelli
Christian Cassinelli, nato nel 1979 a Cagliari, ha studiato pianoforte con Stefano Figliola e composizione con Gianluigi Mattietti presso il Conservatorio Pierluigi Da Palestrina diplomandosi con il massimo dei voti e la lode.
Successivamente ha studiato con Azio Corghi (Accademia Chigiana di Siena, Accademia Nazionale di Santa Cecilia) e Luca Francesconi (Accademia Musicale di Stresa, Malmö Music Academy in Svezia). Attualmente frequenta il corso di perfezionamento in composizione presso l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia sotto la guida di Ivan Fedele.
Attivo come interprete di musica da camera fa parte sin dalla sua fondazione dell'Ensemble Palestrina, gruppo diretto da Riccardo Leone e specializzato nel repertorio novecentesco e contemporaneo, con all'attivo numerose prime esecuzioni assolute
È risultato vincitore del concorso internazionale di composizione Il giornale della musica (in giuria Louis Andriessen, Zygmunt Krauze, Steve Martland, Luca Francesconi e Heiner Goebbels) con il brano Rosario, per orchestra, eseguito in prima assoluta il 13 gennaio 2005 a Torino dall' Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Roberto Abbado e ha avuto esecuzioni e commissioni presso il Festival La Biennale di Venezia, il Festival Spaziomusica, il Festival di Musica Antica e il Teatro Lirico di Cagliari, il C .U .M. (Coro del Centro Universitario Musicale di Cagliari), il Festival Settimane Musicali di Stresa e la Musica Vitae Chamber Orchestra di Växjö (Svezia).Biglietti
da € 21.50 a € 25.50
--------------------------------------------------------------------------------