SIOR TODERO BRONTOLON
di Carlo Goldoni
con Giulio Bosetti
Regia di Giuseppe Emiliani
Scene Nicola Rubertelli
Costumi Carla Ricotti
Musiche Giancarlo Chiaramello

Personaggi e interpreti
TODERO, mercante vecchio Giulio Bosetti
PELLEGRIN, figliuolo di Todero Francesco Migliaccio
MARCOLINA, moglie di Pellegrin Nora Fuser
ZANETTA, figlia di Pellegrin e di Marcolina Federica Castellini
DESIDERIO, agente di Todero Alberto Mancioppi
NICOLETTO, figliuolo di Desiderio Umberto Terruso
CECILIA, cameriera di Marcolina Sandra Franzo
FORTUNATA, vedova Marina Bonfigli
MENEGHETTO, cugino di Fortunata Tommaso Amadio
GREGORIO, servitore Franco Santelli

una produzione
Vortice -Teatro Fondamenta Nuove, Venezia
Teatro Carcano, Milano
Teatro Stabile Del Veneto Carlo Goldoni

in collaborazione con
Comune di Venezia - Assessorato alla Produzione Culturale
La Biennale di Venezia

Spettacolo sostenuto dalla Regione Veneto nell'ambito delle celebrazioni del terzo centenario della nascita di Carlo Goldoni


LA STRAVAGANZA DI TODERO
di Carmelo Alberti

Il perfetto congegno del Sior Todero brontolon o sia Il vecchio fastidioso di Carlo Goldoni sollecita fin dalle prime battute l'opportunità di identificare il carattere di un "paron vecchio". Costui è un uomo che peggiora avanzando negli anni; lo dichiara Cecilia, la cameriera che è la prima ad abbozzare un ritratto del protagonista: "el xe un omo che bìsega per tutto", privando gli altri di ogni briciolo di libertà. Anche le rimostranze di Marcolina contro quel suocero che la priva persino del piccolo piacere di bere un caffè, approdano ad ulteriori elementi per cogliere la sua mania di governo: "mio missier xe avaro, xe stravagante... el xe un de quei vecchi che no vol ben a altri che a si stessi...".
Per la cerchia delle donne, le uniche che continuano a considerare indispensabile l'apertura sul mondo esterno, a coltivare relazioni e amicizie, a pensare al futuro dei giovani e al bene famigliare, l'autoritarismo patriarcale di Todero non solo chiude le porte dell'antica casa mercantile veneziana ad ogni novità, ma soprattutto perpetua un potere di veto, a beneficio esclusivo della propria conservazione; è un autoritarismo che punta all'annullamento delle altrui libertà.
Il 6 febbraio 1762, quando la commedia va in scena al Teatro di San Luca per nove sere consecutive con il gradimento degli spettatori, si registra l'approdo di Goldoni ad una modifica consistente della sua riforma teatrale. Seguendo, infatti, la pista della sua drammaturgia, dagli esordi teatrali alla stagione dei grandi capolavori alla quale appartiene il Todero, la funzione del mercante risulta capovolta. Dapprima costituiva il punto di forza di un progetto di coesione morale, il raccordo tra l'utopia della città-mondo, sostenuta da intraprendenti figure economiche, da presenze civili e, non ultimo, da un'inclinazione all'accoglienza e allo scambio, e la famiglia, un ambito da tutelare anche quando la sua coesione risultasse falsata da legami distorti e dalla smania ad inseguire le mode. Ora, mentre per il commediografo s'approssima la data della partenza per Parigi, tramonta la positività del Pantalone padre di famiglia; e non rimane neppure alcun margine per guardare oltre l'orizzonte lagunare, se non per accaparrarsi le rimesse delle colture agricole, le rendite dei poderi, i proventi delle proprietà di terraferma. Mai come adesso, un'età in cui langue il traffico delle merci, il nesso città-campagna si esprime come una necessaria relazione di sussistenza naturalmente a vantaggio della prima.
Fin da subito, tra le battute di una commedia esemplare s'insinua un'evidente discrepanza nella linearità della discendenza mercantile, come evidenzia senza ombra di dubbio la nuora Marcolina. Costei, insieme ad una dote di seimila ducati, vanta l'appartenenza a un casato che da più di cent'anni "la gh'ha negozio impiantà"; invece i progenitori di Todero sono giunti a Venezia "co le sgàlmare", con gli zoccoli ai piedi. Nel corso dell'azione emerge ancor più chiaramente la provenienza del vecchio, come rivela la segnalazione dello stesso protagonista a proposito di Desiderio, il suo agente che è "nato int'el paese dove son nato anca mi", nelle contrade di Bergamo. Non è pensabile, dunque, scorgere in lui la cognizione di quello spirito imprenditoriale e di quell'etica che ha contraddistinto le antiche stirpi commerciali e finanziarie, artefici della grandezza della Serenissima. Non è certo un giudizio da poco, visto che capovolge la valutazione della centralità di Venezia e che manifesta la sfiducia personale di un commediografo in procinto di andarsene altrove.
Sembra quasi che l'autore voglia indicare nei tratti di Todero una contraddizione di fondo, un'incolmabile frattura tra una pratica attiva dell'intermediazione, tra un atteggiamento di apertura verso le nazioni e i centri economici di ogni latitudine, e uno sguardo stagionale, com'è quello di un uomo del contado, che aspira solamente al possesso della roba, di un individuo che accumula senza rischiare e che - a quanto sembra - è propenso all'esercizio dell'usura. A partire da tale atteggiamento s'afferma la centralità del denaro, che condiziona gli affetti e gli equilibri domestici e che non è più uno strumento di transizione, ma piuttosto un inerte bene patrimoniale. E va tenuto stretto, perché serve a garantire ad un nostalgico del patriarcato un potere fondato sul ricatto e sul rifiuto, e non sulla saggezza e sul valore dell'esperienza.
La limitazione esistenziale che impone Todero determina un disordine generazionale irreparabile e produce come conseguenza la caduta del principio di responsabilità e la fine del reciproco sostegno. Se nelle precedenti commedie la traversata del disagio serve al commediografo per fare lievitare gli anticorpi che possono sconfiggere la febbre del vizio e della cattiva coscienza individuale, stavolta si rischia l'inazione, una condizione contraria ai principi di una valida riforma teatrale. Già nei Rusteghi, un testo contiguo al Todero per le affinità nel meccanismo comico, i quattro selvadeghi fondano la loro sicurezza e la loro supremazia sopra una fitta rete di proibizioni, sulla negazione di ogni contatto con il mondo esterno e, ancor più, sul rifiuto delle buone abitudine veneziane, che comprendevano anche la frequentazione delle occasioni carnevalesche, i divertimenti ammessi, il teatro sano, i giochi leciti e la buona conversazione.
Anche in quel caso lo strappo operato sulla linea della tradizione si percepiva nella nostalgia delle donne, nel loro rimpianto per un'età felice, quando la casa era luogo d'attrazione e di verifica della moralità. L'effetto dell'incoerenza che mina la prassi imprenditoriale, insieme alla mania di tenere i cordoni della borsa stretti, sterilizza persino la forza dei sentimenti, svuotando la struttura della commedia dalla centralità dell'azione amorosa. Gli innamorati non litigano più, ma non si amano neppure con la consueta intensità e la travolgente passione. Per sfuggire dalla prigione domestica i giovanissimi accettano il primo partito che si presenta loro dinanzi, trasferendo nella condizione matrimoniale la speranza di fuga dalle privazioni e dalla negazione della propria giovinezza. I vecchi opprimono i figli e i nipoti, convinti che siano una loro proprietà, oppure - come avviene nel Todero - un'assicurazione per un'assurda smania d'immortalità.
Nello stesso tempo, pure l'universo femminile ha inasprito il proprio comportamento; Marcolina, l'antagonista assoluta dello strapotere di Todero, non è esente dalla cattiveria da cui è intriso il carattere del paron vecchio. Lo nota Cecilia, la servetta che sposta il ruolo della massera verso la dimensione dell'osservatrice interessata e che prova a commentare dal proprio punto di vista gli effetti del disordine casalingo: "se il missier xe impastà de tossego, gnanca la niora no ve impastada de zucchero". Todero e Marcolina risultano entrambi scorbutici e presuntuosi; eppure tra i due c'è una qualche differenza, visto che l'attivismo della madre contrasta senza tregua l'inerzia del nefasto brontolon, in nome dell'istinto di una genitrice che s'affanna a garantire un futuro migliore per la propria figlia, fuori dalle grinfie di un nonno meschino e spietato.
Nella siora Marcolina, prima donna di una commedia in cui si scoprono i limiti del sistema rappresentativo invischiato nella tutela delle supremazie e poco attento al valore del testo da inscenare, emerge la sperimentata ambiguità di un personaggio forte, energico, razionale e, insieme, dubbioso, trepidante e solitario. È la parte di Caterina Bresciani, la protagonista di Giacinta, la tormentata amorosa della trilogia della Villeggiatura, e di siora Felice, nei Rusteghi, per ricordare le prove più prossime al Sior Todero. A lei, con il sostegno del suo doppio la siora Fortunata, spetta il compito di disattivare l'ostinazione del vecchio, salvando ad un tempo la funzione drammatica, con l'inattesa macchinazione di un matrimonio affrettato tra lo sciocco Nicoletto, colui al quale per calcolo egoistico Todero aveva destinato la nipote Zanetta, e la vogliosa cameriera Cecilia.
La fragilità della gioventù trova un'eccezione nella figura di Meneghetto, il pretendente alla mano di Zanetta, che apre un varco nello spazio delle malattia di vivere, per ricordare - forse un po' meccanicamente e con scarsa convinzione - quanto conti l'onorabilità, soprattutto in un uomo ricco e rispettabile.
Mentre s'infrange l'inerzia della casa mercantile, prefigurando una qualche apertura sul mondo, il teatro scricchiola, visto che non sa fare a meno dei mascheramenti e dei piccoli colpi di scena. Se la commedia ha potuto salvare la sua validità morale e culturale, lo si deve alla rinuncia di un progetto riformistico basato sulla positività dei caratteri. Ponendosi sotto l'ala protettiva della drammaturgia di Molière, un'influenza che dona al Todero una fresca e paradossale comicità, Goldoni mostra le incongruenze e le insanie di una società che si nasconde dietro le false qualità e che non ha meriti. Neppure stando lontano dal carnevale, è possibile ripristinare la coerenza tra la grandezza di Venezia e la vacuità dei suoi abitanti. Non resta che tentare un ultimo esperimento, guardando con fiducia al mito di Parigi.


NOTE DI REGIA

Non c'è più il carnevale.
Il carnevale è finito. Non sembra neppure mai iniziato.
L'inverno e il freddo spengono ogni festa.
Nessun "morbin", nessuna spensierata allegria. Quasi un rassegnato pessimismo.
Dietro le mura della casa di Todero c'è una Venezia cupa, quasi assente.
La città-labirinto sembra essersi trasformata in una casa-labirinto.
Una casa-prigione, di cui Todero è l'arcigno custode, dove le persone non si incontrano più, non si scambiano affetti.
Una casa rinserrata in se che esclude ogni tentazione di vita esterna perché foriera di "desordene".
Un interno borghese dominato da tensioni mai risolte, contrasti e conflitti sempre elusi.
Un interno che mostra le crepe di un ceto mercantile dominato dal ruolo disgregatore e mistificatore del denaro che mercifica ogni affetto e ogni ideale.

Un capolavoro.
Uno straordinario risultato artistico frutto della eccezionale padronanza tecnica di Goldoni capace di delineare a tutto tondo i caratteri dei personaggi.
È un Goldoni insolitamente nervoso, aggressivo, quello che scrive Sior Todero brontolon.
Mai gli è capitato di dar vita a un personaggio così negativo. Per questa sua superba creatura l'autore sembra non provare alcuna simpatia. Addirittura sembra stupirsi che malgrado "l'odiosità" del protagonista, la commedia abbia "incontrato moltissimo" il favore del pubblico.
Todero, infatti, non ha niente di bonario.
Ha perso qualsiasi tratto della burbera umanità dei "rusteghi".

Todero è un caso-limite. Un vecchio dal carattere "inquieto, fastidioso, indiscreto", dominato da un maniacale bisogno di dominio.
Egli esige di essere in casa l'assoluto "patron" che pretende di sorvegliare tutti, che non tollera in casa la presenza di estranei, che inibisce ogni divertimento, ogni spasso, perché li ritiene inutili motivi di spreco.
Todero è dominato dall'angoscia dell'avaro e dalla paura della morte. Per questo proietta il proprio futuro un una sorta di eternità quotidiana senza accorgersi che la realtà ed i tempi stanno cambiando.
Per lui non esiste il tempo della realtà, il tempo degli altri. Esiste solo il "suo" tempo. Un tempo fermo. Un tempo bloccato. Un tempo che sembra non trascorrere, condannato alla immobilità, quasi per la paura di consumarsi.
Todero, ossessionato dalla paura del "desordene" è animato da un angoscioso bisogno di rendere immobile intorno a se l'universo famigliare.
Immutabili devono rimanere gli equilibri di potere della casa. Immutabili le regole. immutabile il potere assoluto di Todero che si procura il piacere umiliando gli altri facendoli sentire costantemente inferiori o colpevoli.

La sua ossessione patologica del risparmio lo spinge ad eccessi maniacali.
Diffidente di ogni novità e prevenuto contro le apparenze che possono essere ingannatrici, Todero è di quelli che ritengono di essere capaci di tutto prevedere e determinare secondo il calcolo preciso del proprio profitto.
I soldi, i "bezzi", sono i protagonisti più insistenti, una presenza continua e corposa in tutta la commedia.
Per Todero i soldi sono una sorta di elemento vitale, da accumulare, senza riposo.
Più che un riparo, o magari una fortezza, come avviene per i "rusteghi", la sua casa si potrebbe definire letteralmente una cassaforte.

In casa, Todero è onnipresente. Non si muove foglia che egli non debba sapere, controllare, decidere. È il capofamiglia e quindi esige obbedienza assoluta e indiscussa, in nome di quel denaro che secondo la sua mentalità gli conferisce ogni autorità su quelli che da lui dipendono.
"E mi son el pare del pare, e son paron dei fioi, e son paron dela nezza, e dela dote, e dela casa, e de tutto quelo che voggio mi"
Ogni rapporto basato su altro fondamento non trova ricezione nel suo animo, neppure l'affetto.

Todero non conosce ripensamenti e neppure perplessità. E anche se la commedia si conclude con una vittoria di Marcolina, Todero non è lo sconfitto dal momento che ottiene ciò che voleva: risparmiare la dote e spendere il minimo.
In questa commedia non c'è "l'abbraccio finale".
Todero rimarrà sempre coerente con se stesso e incorreggibile.
Al di la della conclusione (momentanea) a lieto fine, i brontolamenti, la tirchieria, l'autoritarismo, la diffidenza di Todero verso gli altri, si proiettano più che mai sul futuro prossimo: e tutto lascia presagire che ben presto altri motivi di litigio sorgeranno a turbare la casa. La (tragi)commedia di Todero è pronta, ogni giorno, a ricominciare…

Giuseppe Emiliani


Non fa piacere a nessuno invecchiare, non essere più padrone del proprio corpo. Ma all'attore che è condizionato dall'età e dal corpo, talvolta, questo passare del tempo può risultare meno gravoso: ha dovuto aspettare e può finalmente interpretare un ruolo che da giovane non avrebbe assolutamente potuto sostenere.
È il caso del Todero goldoniano, un personaggio annunciato dal suo autore come "odioso", ma che invece alla rappresentazione ha sempre trovato il consenso del pubblico e, nella follia del suo agire, può diventare addirittura simpatico. Ecco allora che immergermi nei suoi panni sarà per me una grande conquista. Spero con Todero di portare, nel mio avvenire di uomo, un po' del suo ottimismo, la quasi certezza di arrivare "ai cento e quindese, ai cento e vinti", e forse addirittura all'immortalità.

Giulio Bosetti


BIOGRAFIE

GIUSEPPE EMILIANI
Regista e autore di teatro. Vincitore del Pegaso d'Oro 2004 per la regia teatrale del Premio Internazionale Flaiano. Nel 1979 fonda e dirige la Compagnia Teatromodo di Venezia. Nel 1994 inizia la sua collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto con le regie di Chi la fa l'aspetta (di C. Goldoni, 1994), I due gemelli veneziani (di C. Goldoni, 1995), Una delle ultime sere di carnovale (di C. Goldoni, 1996), Le ultime lune (regista assistente) di F. Bordon con M. Mastroianni (1996), La collina di Euridice (di Paolo Puppa, 1997), La trilogia di Zelinda e Lindoro (di C. Goldoni, 1999). Dirige la Scuola di teatro del Teatro Stabile del Veneto negli anni 1997, 1998, 2000. Per il Teatro Carcano di Milano dirige L'uomo, la bestia e la virtù (di L. Pirandello, 1997) con Giuseppe Pambieri e Lia Tanzi, Un amore (di D. Buzzati) con Giulio Bosetti e M. Bonfigli (1998). Per il Teatro Filodrammatici di Milano dirige George Dandin (di Molière, 1998) .Autore e regista di Bonne Nuit, Monsieur Goldoni (Teatro Argot in collaborazione col Teatro Stabile del Veneto, 2001) con Mario Valgoi e di Caro Marcello, caro Federico interpretato da Carlo Simoni e Antonio Salines (2006). Per la Compagnia Pambieri-Tanzi dirige Vite Private di Noel Coward (2002). Per la Compagnia I Fratellini di Firenze: Il guardiano (di H. Pinter, 2000) con Marcello Bartoli e Dario Cantarelli, Arlecchino servitore di due padroni (di C. Goldoni, Estate Veronese, 2001) Don Giovanni di Moliére (2003). Per il Teatro Di Verdura di Milano allestisce A Ghisola, tuo Gabri con Franca Nuti e Giancarlo Dettori (2004). Per il Teatro Fondamenta Nuove di Venezia cura la regia di Il campiello (di C. Goldoni per il Carnevale di Venezia 2005), Un avatar del diavolo (da " Pour en finir avec le jugement de dieu" di Antonin Artaud con musiche di R. Doati e videoscenografie di P. Pachini per la Biennale Musica 2005), La donna serpente (di C. Gozzi per la Biennale Teatro 2006), Tu non sai cos'è l'amore (dal romanzo omonimo di M. Franzoso, per il Carnevale di Venezia 2007).
Tiene stage internazionali. Ha insegnato Drammaturgia presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere dell' Università Ca' Foscari di Venezia; è docente dell' Accademia dell'Arte di Arezzo.

GIULIO BOSETTI
È nato a Bergamo il 26 dicembre 1930 sopra al Teatro Duse, fatto costruire dal nonno, impresario teatrale.
Ha frequentato l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica diretta da Silvio D'Amico ed ha iniziato la sua carriera con l'interpretazione di Tonin, uomo d'arme bergamasco, nella Moscheta del Ruzante con la regia di Gianfranco De Bosio (1950). L'anno dopo viene scritturato da Giorgio Strehler per il Piccolo Teatro di Milano. Negli anni seguenti è al Teatro Ruzante di Padova (Un uomo è un uomo di Bertold Brecht, L'albergo dei poveri di Maxim Gor'kij) e al Teatro Stabile di Genova Quindi prende parte - nel ruolo di Pilade accanto a Vittorio Gassman - alla fortunata tournèe internazionale di Oreste di Vittorio Alfieri. Nel gennaio '60 ottiene un particolare successo al Teatro della Cometa di Roma nel ruolo di Costantino ne Il gabbiano di Cechov. Sempre negli anni '60 è con lo Stabile di Trieste, poi con quello di Torino: interpreta Lelio ne Il bugiardo di Goldoni, è protagonista di Sicario senza paga e de Il re muore di Ionesco e de Le mani sporche di Sartre. Nel 1964 forma la sua prima compagnia, debuttando ne Le notti bianche di Dostoevskij con Giulia Lazzarini ed è quindi protagonista de Il seduttore di Diego Fabbri con cui vince il premio per il miglior attore al Festival Internazionale del Teatro di Barcellona.
Nel 1967 è chiamato a dirigere il Teatro Stabile di Trieste, interpretando, tra l'altro, Edipo re di Sofocle, Il piccolo Eyolf di Ibsen, Zio Vania di Cechov e l'anno seguente è protagonista e regista di Don Giovanni di Molière.
Nel 1974 è alla testa della Cooperativa Teatro Mobile e negli anni '80 della Compagnia Giulio Bosetti. Molti i successi per altrettante interpretazioni: Il processo di Kafka-Ripellino, Tartufo, Il malato immaginario, L'avaro di Molière, Sei personaggi, Non si sa come, Tutto per bene, Enrico IV di Pirandello, Pigmalione di Shaw , Assassinio nella cattedrale di Eliot, Morte di un commesso viaggiatore di Miller e La coscienza di Zeno di Svevo- Kezich.
Nel 1992 è chiamato a dirigere il nuovo Teatro Stabile del Veneto "Carlo Goldoni", che inaugura la Stagione del Bicentenario Goldoniano, il 6 febbraio 1993, davanti al Presidente della Repubblica, con Le massere per la regia di De Bosio. E ancora nell'estate '93 è Don Marzio ne La bottega del caffè e Pantalone ne Il bugiardo, commedie goldoniane allestite in Campo San Trovaso all'aperto. Alterna la sua attività di attore e regista che lo vede tra l'altro dirigere Marcello Mastroianni ne Le ultime lune, novità italiana di Furio Bordon.
Dall'ottobre 1997 è direttore artistico del Teatro Carcano di Milano (Un amore di Dino Buzzati, Aspettando Godot di Samuel Beckett, Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello). Nel 2007 è in tournée con 2 spettacoli già in scena da anni e che hanno registrato un particolare successo in Italia e all'estero: Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello e Antigone di Sofocle.

MARINA BONFIGLI
Si iscrive non ancora quindicenne all'Accademia d'Arte Drammatica diretta da Silvio D'Amico e si diploma dopo i regolamentari tre anni. Debutta al Teatro Quirino di Roma nella parte di Giannina, protagonista de "Il ventaglio" di Goldoni con la regia di Orazio Costa. In occasione del Festival del Teatro sostituisce Lilla Brignone nel "Corvo" di Carlo Gozzi diretto da Giorgio Strehler. Con il Piccolo Teatro di Roma diretto da Orazio Costa interpreta Doralice nella "Famiglia dell'antiquario" di Goldoni. E'prima attrice giovane nella compagnia Gioj-Cimara-Bagni; è allo Stabile di Genova; viene quindi scelta da Strehler per il personaggio di Polly nell'"Opera da tre soldi" di Brecht, la grande edizione in prima assoluta in Italia.
Dopo un lungo periodo di lontananza dal teatro, riprende la sua attività con lo Stabile di Genova; è ancora con il Piccolo di Milano nel "Joachim Murieta", regia di Patrice Chereau, poi è allo Stabile di Torino con "Le mani sporche" di Sartre, "Anconetana" e "Bilora" di Ruzante, regia di Gianfranco De Bosio. Nel 1974 entra nella Cooperativa Teatro Mobile diretta da Giulio Bosetti con cui interpreta Ginevra in "Non si sa come" di Pirandello, Linda in "Morte di un comesso viaggiatore" di Miller; Frosine nell'"Avaro" e Toinette nel "Malato immaginario" di Molière; la signora Alving in "Spettri" di Ibsen; la contessa Isabella ne "La famiglia dell'antiquario" di Goldoni; l'infermiera in "Zeno e la cura del fumo" di Tullio Kezich; Madama Gatteau in "Una delle ultime sere di Carnevale" di Goldoni.
Con la Compagnia del Teatro Carcano diretta da Bosetti ha recitato in "Un amore" di Buzzati, "l berretto a sonagli" di Pirandello, "Marta mia, caro Maestro" di Giuseppe Emiliani, "Antigone" di Sofocle, "Il testamento di Monsieur Marcelin" di Sacha Guitry, "Così è (se vi pare)"di Pirandello.

SANDRA FRANZO
Dopo il debutto in "Tonio Kroger" di Thomas Mann, ha recitato in diverse produzioni del Teatro Stabile de Veneto: "Il malato immaginario" di Moliére (regia di Jacques Lassalle) e i tre testi goldoniani "I due gemelli veneziani"e "Una delle ultime sere di Carnevale", (diretti da Giuseppe Emiliani) e "La guerra" (regia di Luigi Squarzina), oltre a "Se no i xe mati no li volemo" di Gino Rocca (regia di Giulio Bosetti). Nel 2002 è stata diretta da Krzystztof Zanussi ne "I parenti terribili" di Cocteau. Da alcuni anni fa parte della Compagnia del Teatro Carcano diretta da Giulio Bosetti con la quale ha recitato in "La scuola delle mogli" di Molière nel ruolo d Agnese (regia di Lassalle), "Il bugiardo" di Goldoni; "Così è (se vi pare)" di Pirandello (diretti da Bosetti), "Antigone" di Sofocle (nel 2000 nel ruolo di Ismene per la regia di Patrice Kerbrat, nel 2005 in quello del titolo, per la regia di Bosetti).

FEDERICA CASTELLINI
Diplomata alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, ha recitato in alcune produzioni dirette da Luca Ronconi: "Prometeo Incatenato" di Eschilo, "Le Baccanti" di Euripide", "Le Rane" di Aristofane, "I soldati" di Lenz, e, nel 2007, "Il ventaglio" di Goldoni. Ha inoltre preso parte a "Tre sorelle" di Cechov, regia di Enrico D'Amato per la Scuola del Piccolo Teatro, "Il Don Chisciotte di M. Cervantes" e "Cercando Medea" regia di Franco Branciaroli per il Teatro de Gli Incamminati.

ELEONORA FUSER
Ha iniziato la carriera artistica nel 1975 partecipando alla fondazione del gruppo T.A.G. Teatro di Venezia e specializzandosi nelle tecniche della Commedia dell'Arte. Nel 1981 ha partecipato alla Scuola di Antropologia Teatrale diretta da Eugenio Barba a Volterra. Collabora con diversi gruppi di musica antica e teatro barocco in Italia e all'estero ed è insegnante presso il Conservatorio di Brema. Dal 1993 recita in produzioni del Teatro Stabile del Veneto diretta da Giuseppe Emiliani, Giulio Bosetti, Luigi Squarzina, Eugenio Allegri. E' regista e conduttrice di stage sull'uso della maschera di Commedia in Europa e America. Nel 2004 entra a far parte della Compagnia del Teatro Carcano interpretando il suolo della Signora Sirelli in "Così è (se vi pare)" di Pirandello, regia di Bosetti, ripreso per tre stagioni consecutive.

ALBERTO MANCIOPPI
Diplomato nel 1967 all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, ha collabortoa per diversi anni con Orazio Costa come attore e insegnante di dizione poetica presso l'Accademia da lui fondata. E' stato diretto da molti celebri registi tra i quali Giorgio Strehler, Fantasio Piccoli, Giuseppe Patroni Griffi, Giulio Bosetti, Franco Parenti, Mario Missiroli, Virginio Puecher, Giancarlo Cobelli, Gabriele Lavia, Jerome Savary. Ha recitato a fianco di attori importanti quali Renzo Ricci, Salvo Randone, Ernesto Calindri, Tino Carraro, Turi Ferro, Rossella Falk, Paola Borboni, Glauco Mauri, Umberto Orsini, Paolo Bonacelli, Roberto Herlitzka, Moni Ovadia. Nel corso della sua quarantennale carriera ha affrontato testi di Sofocle, Euripide, Shakespeare, Marlowe, Moliére, Goldoni, D'Annunzio, Eliot, Pirandello, Miller, Ionesco, Brecht, Ibsen, Cechov, Shaw, Kafka, Camus. Con la Compagnia del Teatro Carcano ha recitato in "Così è (se vi pare)" di Pirandello nel ruolo del Signor Sirelli e "Antigone" di Sofocle nel ruolo del Corifeo.

FRANCESCO MIGLIACCIO
Ha iniziato la sua carriera teatrale sotto la guida di Franco Branciaroli e successivamente di Massimo Castri, Giovanni Testori e Franco Parenti. Ha lavorato inoltre con registi quali Carlo Cecchi, Cesare Lievi, Gigi Dall'Aglio, Piero Maccarinelli, Walter Le Moli, Franco Però, Sergio Fantoni, Cristina Pezzoli,. Ha interpretato personaggi di rilievo come Kostia ne "Il gabbiano" di Cechov, Orlando in "Come vi piace" di Shakespeare (entrambi a fianco di Elisabetta Pozzi), Orazio ne "La scuola delle mogli" di Moliére con Sergio Fantoni, Osvald in "Spettri" di Ibsen con Franca Nuti e Gian Carlo Dettori. Nel 2005 entra a far parte della Compagnia del Teatro Carcano diretta da Giulio Bosetti per la quale interpreta i ruoli del Signor Ponza in "Così è (se vi pare) di Pirandello e del Messaggero in "Antigone" di Sofocle.

UMBERTO TERRUSO
Diplomato all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, dal 2001 ha preso parte a numerosi spettacoli tra i quali: "La cerimonia" di Giuseppe Manfridi, regia di Walter Manfré, "Kean, ovvero genio e sregolatezza" di Dumas, regia di Massimo Sabet, "Molto rumore per nulla" e "Antonio e Cleopatra" di Shakespeare, diretti rispettivamente da Fabio Boverio e Massimiliano Cividati, "Cirano di Bergerac" di Rostand, e "Le nozze piccolo borghesi" di Brecht, diretti da Corrado D'Elia, "Giamburrasca-il musical" da "Il giornalino di Gianburrasca" di Vamba, regia di Bruno Fornasari, "Le relazioni pericolose" dal romanzo di C. de Laclos, regia di Silvia Mendola, "Antigone" di Anouilh, regia di Claudio Autelli.

TOMMASO AMADIO
Diplomato nel 1999 all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, ha preso parte a diversi allestimenti shakespeariani:"Sogno di una notte di mezza estate", regia di Claudio Accordino, "La tempesta", regia di A. Romeo e S. Villa, "Titus Andronicus", regia di Massimiliano Cividati, "Romeo e Giulietta" (nel ruolo di Romeo), regia di Lamberto Puggelli. Ha inoltre recitato in "Raskol" da "Delitto e castigo" di Dostoevskij, regia di Bruno Fornasari, "Il gioco dell'amore e del caso" di Marivaux, regia di Antonio Syxty, "Don Giovanni" di Moliére, regia di Corrado D'Elia, "I segreti di Milano" dai romanzi di Giovanni Testori, regia di Claudio Accordino, "Saul" di Alfieri, regia di Puggelli. Con la Compagnia del Teatro Carcano ha interpretato il ruolo di Emone in "Antigone" di Sofocle".


 


Informazioni:
041 5224498, produzioni@teatrofondamentanuove.it

Vortice - Associazione Culturale
email: vortice@provincia.venezia.it


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